Tra
tutte le attività artigianali di Gubbio, quella che
ha raggiunto livelli di eccezionale espressione tecnica e
formale è stata la produzione della ceramica. L'arte
della ceramica, fra le più antiche, ha accompagnato
l'uomo dalla più remota preistoria all'età contemporanea,
da quando scoprì che l'argilla plasmata ad umido e
consolidata al fuoco, poteva soddisfare il bisogno di contenere
liquidi al posto del corno di bue, delle conchiglie e dei
gusci dei frutti. Frammenti di ceramica si possono ancora
ritrovare nel sottosuolo eugubino, perché essa, a differenza
del legno o dei tessuti o anche dei metalli, risulta incorruttibile.
Proprio attraverso questi ritrovamenti sappiamo che nel IV
sec. a.C. a Gubbio vi era una produzione di buccheri e vasi.
Vasellami di semplice fattura e privi di qualsiasi decorazione,
documentano una produzione povera nell'alto medioevo.
Sin da questo periodo come attestano i documenti di archivio,
esiste l’arte del vasari e dei figuli, uniti nella stessa
matricola dell’Arte, con la precisazione che i primi
roducevano terracotta semplice e invetriata, ossia che potevano
contenere liquidi, mentre i secondi erano maestranze più
raffinate sia nella produzione di forme che nelle decorazioni.
La più antica notizia che abbiamo di Gubbio per l’arte
della maiolica risale al 1326 con il Gonfalone Ugutius Jacomelli,
il quale stila un documento dove compare un elenco figuli
e vasai che lì lavorerenno per tutto il ‘300
e ‘400.
Nel periodo comunale erano ormai molti i vasai: coloro che
producevano le terraglie per uso domestico ed i figuli, coloro
che si dedicavano a prodotti eleganti per una clientela più
esigente, oltre che ai tornitori, gli stampatori, i lustratori
ed i fornaciai. E' il periodo della ceramica decorata con
varie gradazioni del verde: verde smeraldo, verde cantaride
e turchese, e delle maioliche con decorazioni a candeliere
o a graffiti. Ma la fama della ceramica di Gubbio è
legata al nome di Mastro Giorgio Anreoli, che nel 1498 giungeva
a Gubbio da Intra, città sul Lago Maggiore, con i fratelli
Giovanni e Salimbene. Producevano vasellami di lusso fino
al 1518, quando dalla loro bottega si cominciava a produrre
una maiolica molto richiesta dalla borghesia, abbagliata dai
prodotti medioevali arabo-spagnoli ed arabo-siciliani, che
esaltava le decorazioni con riflessi rubino e oro pallido
di grande effetto, chiamati lustri. Le opere uscite dalle
fornaci del mastro, furono in breve tempo così rinomate
da essere presenti nella mensa ducale di Guidobaldo da Montefeltro
e nella corte di Papa Leone X, che lo stesso, con uno scritto
datato aprile 1519 non solo riconosce la validità dell’artista
ma anche lo aiuta per ottenere l’esanzione fiscale a
tutela della sublime tecnica e della relativa produzione.
Di lui scrive il Passeri -“I suoi lavori supplivano
allora nelle case dei principi e dei gran cavalieri luogo
di argenterie , onde questa arte doveva essere in gran pregio
e la pittura , esercitava gran prestigio dei gran signori,
passava per esercizio nobile.”
Le opere uscite dalla bottega di Mastro Giorgio sono oggetti
di uso quotidiano, e oggetti da rappresentanza, in cui soggetti
floreali si fondono con motivi allegorici-mitologici o storico-religiosi
con precisi riferimenti alle opere incisorie di Marco Antonio
Raimondi, Raffaello e ispirazioni michelangiolesche.
Dalla ricerca di Cipriano Picolpasso, che fece nelle città
del ducato di Urbino apprendiamo chiaramente che il ceramista
del cinquecento non è come noi modernamente lo intendiamo.
L’artigiano dell’epoca era una figura complessa
ed articolata, che torniva, decorava, curava la fornace e
in particolare era il detentore dei processi e delle formule
chimiche per ricavare i colori, gli smalti, le vernici e i
componenti base degli stessi. Assistiamo così con gradualità
alla nascita del decorare con terre e vernici sopra smalti
ricavati da ossidi di alcuni metalli come lo stagno, il piombo,
il ferro, il rame e l’argento. Nascono le tecniche per
preparare i composti da usare come coloranti sopra lo smalto
già invetriato. Dal periodo rinascimentale in poi assistiamo
ad un uso particolare di colori metallici, che sono applicati
a terzo fuoco, ossia come l’oro , l’argento e
il rosso rubino sia singolarmente che in combinazioni per
dare effetti di iridescenza. Nel medioevo con il progredire
dell’alchimia e della chimica sperimentale si riscoprirono
gli smalti metallici che erano già stati usati nelle
culture antiche in particolare in quella Egizia in quella
Araba. I centri Umbri e Marchigiani si caratterizzarono per
l’uso di queste antiche tecniche, in particolare nei
centri di Deruta e nel ducato di Urbino come quelli di Gubbio,
Urbino e Pesaro ove spiccò una figura di grande interesse
cioè Mastro Giorgio da Gubbio, unico artista che compare
in maniera autonoma nella storia dell’arte della ceramica
Italiana. Parecchi tentativi per riprodurre ed eugualiare
le opere e la tecnica di Mastro Giorgio e di suo figlio Vincenzo
sono stati fatti a Gubbio e nelle città limitrofe ove
questa tradizione era culturalmente diffusa. Ma la mano originale
dell’antico maestro eccelsa e rigorosa è rimasta
per secoli inegualiata. Tuttora la qualità e la bellezza
delle iridescenze del maestro eugubino rimane indiscutibilmente
inimitabile. Oggi le opere di Mastro Giorgio sono raccolte
nei musei più prestigiosi del mondo, ricordiamo solamente
alcuni di essi: Il museo del Louvre , Il Victoria Albert Museum
di Londra, Il museo archeologico di Bologna ,il Metropolitan
Museun di New York e la Civica raccolta del museo di Pesaro.
Nel Seicento la ceramica artistica eugubina ebbe altri operatori:
in particolare si ricordano le botteghe del Prestino,di Pietro
e Simone di Salimbene. Nel Settecento si cominciò a
lavorare l'argilla bianca: la terraglia. Il segreto della
preziosa lavorazione del lustro, nota soltanto al grande Andreoli,
non fu ricostruito, nonostante i vari tentativi effettuati
anche da Angelico Fabbri, chimico e naturalista eugubino.
Dopo la pubblicazione nel 1850 del manoscritto del Piccolpasso,
nel quale si descrivevano il forno, il metodo di cottura ed
i colori impiegati da maestro Giorgio, il Fabbri, insieme
a Luigi Carocci, a Giovanni Spinaci a Ubaldo Magni e ad Antonio
Passalboni, pur ottenendo risultati più che positivi,
non riuscì a raggiungere gli stessi colori. Nel Novecento
Ilario Ciaurro ridette vita alla ceramica eugubina e Cesare
Faravelli e Marsilio Biagioli introdussero il decoro a fiori
di sapore ellenico-alessandrino, che negli ultimi anni ha
soppiantato l’antica lavorazione a lustro. Il prof.
Polidoro Benveduti nel 1928 presentava al I Congresso di studi
etruschi la tecnica del bucchero ed alcuni esemplari, usciti
dalla sua bottega, di notevole interesse tecnico ed estetico.
Per completare la breve rassegna dell'opera dei ceramisti
eugubini prima della seconda guerra mondiale ricordiamo, tra
gli altri, i fratelli Alberto e Antonio Rossi per la produzione
del bucchero e la CAM (Ceramiche artistiche Mastro Giorgio)
di Notari e Biagioli per la produzione di maioliche artistiche.
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